Vittorio Cini con Bernard Berenson















Il Castello di Monselice















Palazzo Cini a Venezia

Collezionista

Federico Zeri descrive con pochi tratti efficaci la figura del “vero raccoglitore di pittura antica”: appartenente all’alta borghesia, colto ma rispettoso della scienza altrui, entusiasta e avveduto, si muove solo tra mercanti qualificati e quasi sempre con il sostegno di un esperto. La collezione, poi, che a opere di nomi celebri affianca lavori di artisti non così famosi ma intriganti per motivi di attribuzione o d’iconografia, è considerata da Zeri la più interessante, sia per il collezionista stesso che per lo studioso invitato a condividere il godimento dell’opera d’arte e la discussione intorno ad essa. Ed è la raccolta di dipinti di Vittorio Cini, ospitata in ambienti ricchi di splendidi oggetti, che è sempre citata tra le poche vere collezioni di qualità costituitesi in Italia tra il 1950 e il 1970 - dopo un periodo di “collezionismo zoppicante” - accanto a quella di Angelo Costa a Genova e di Luigi Magnani a Parma.

È senza dubbio probante la testimonianza di quel penetrante e icastico caratterista che fu Federico Zeri anche se, ad onor del vero, Zeri era parte in causa quale principale consigliere di Cini, nell’ultimo ventennio della sua vita, dopo Nino Barbantini e Bernard Berenson.

Intravvediamo così i tratti salienti della personalità di Vittorio Cini: la cultura ampia e varia, il gusto sicuro, la curiosità per il bello in tutte le sue forme, la generosità nell’offrire agli altri il piacere di godere delle cose belle, vera munificenza di principe. Per cogliere tutta la ricchezza della sua personalità è opportuno collocare il Cini collezionista e mecenate nella sua vicenda biografica. Ha la vocazione dell’imprenditore e applica questa sua capacità all’intervento del mecenate.

La sua, probabilmente innata, sensibilità artistica e gusto del bello si palesarono sin dall’inizio, quando, poco più che ventenne tra il 1910-15, nella residenza di Ferrara iniziò il recupero della memoria figurativa della città natale con un primo nucleo di dipinti che esemplificavano la cultura artistica sviluppatasi nella capitale estense dal Rinascimento al ‘900, sino al contemporaneo Giovanni Boldini.

Da allora, nel corso dei decenni, l'interesse del raccoglitore si è ampliato notevolmente ed esteso anche alle arti minori e applicate, sempre tenendo presente nella scelta, la qualità delle singole opere e la possibilità del loro naturale inserimento in ambienti di vita. Senza seguire mode passeggere, né metodi storico-archeologici, la raccolta ha conservato cosí un inconfondibile sapore ‘domestico’, che si riflette nell’armonia e nella semplicità con cui le opere d’arte, molte delle quali catalogate ed entrate a far parte del patrimonio artistico nazionale, sono ospitate oggi nel Castello di Monselice, a San Vio e sull’isola di San Giorgio a Venezia, raccolte da considerare contestualmente per la loro genesi.

Era stato altamente significativo il rapporto del collezionista con l’esperto, in questo caso il critico d’arte Nino Barbantini incontrato nella comune città d’origine, Ferrara, nel 1934: era l’anno che seguiva la leggendaria mostra sull’arte estense del Quattrocento, voluta e organizzata dallo studioso a conclusione di un lungo periodo di riflessione teorica e di azione culturale in difesa del patrimonio storico-artistico della sua città. Ed è forse su questa stessa linea d’azione – valorizzare e recuperare i segni della cultura figurativa ferrarese – che si incontrano Cini e Barbantini.

Era una “nostalgia” che si modellava sul mito del Rinascimento estense; Barbantini sviluppa quest’idea del passato, sentito come presente da agire, perchè vitale, lungo due linee: quella teorica, con la formulazione critica di una scuola pittorica ferrarese che ha il suo centro nell’arte della corte umanistica – da Cosmè Tura a Dosso Dossi (e proprio nel 1941 Cini inizia a costituire il nucleo forse di maggior prestigio della raccolta: le tavole dei maestri del Rinascimento ferrarese); e quella pratica, dove affronta il problema del recupero del monumento con la consapevolezza che si tratta del “frammento di un paesaggio simbolico”, qualcosa di più di una testimonianza storica da conservare secondo criteri scientifici.

Quando Vittorio Cini, nel 1935, affida a Barbantini – divenuto nel frattempo a Venezia museologo di rilievo (ebbe l’incarico di ordinare e sovrintendere la Galleria Internazionale di Ca' Pesaro, dal 1907) e attivissimo organizzatore culturale (collabora con la Fondazione Bevilacqua La Masa, l’Ateneo Veneto, la Biennale ed è direttore delle Belle Arti del Comune), - il restauro e la sistemazione del Castello di Monselice, è certo consapevole e compartecipe di queste idee-guida dell’amico e consigliere. Per Barbantini questa è l’occasione giusta (la seconda ‘chiamata’ sarà nel 1952 per il ripristino di San Giorgio) per realizzare un restauro vivo che rispetti tutte le strutture del monumento come si sono sovrapposte nel tempo, dall’età romanica al Settecento, e per creare gli ambienti di una dimora storica, medioevale e poi rinascimentale passando dagli usi militari a quelli residenziali. E negli interni monumentalì, così animati da scenografici effetti, hanno ricevuto felice ambientazione oggetti di grande interesse storico-artistico, assieme agli altri di semplice testimonianza di vita e di costume ed un'armeria. L’arredo e gli oggetti d’arte, numerosissimi, vengono scelti e acquistati presso i più famosi mercanti italiani (Contini Bonacossi, Accorsi, Sangiorgi, Jandolo, Barsanti, Barozzi, Carrer) per affinità cronologica e stilistica; disposti con gusto squisito, ricreano la scenografia degli interni: non un museo in stile ma una vera dimora antica, vissuta e accogliente. Molto spesso i mobili e i cassoni rinascimentali (toscani e veneti), le sculture, gli arazzi fiamminghi e i dipinti provengono da antiche collezioni veneziane; altre volte si ricerca a lungo ogni singolo pezzo per formare nuclei tipologicamente omogenei a testimonianza della qualità dell’arte veneta (le maioliche rinascimentali) o della storia del monumento e dei suoi committenti.

Il meccanismo si ripete, man mano che si completano i lavori di restauro sull’isola di San Giorgio e i locali devono essere arredati con intendimento sia estetico che funzionale. Le decine di sale della Fondazione sono “rivestite” da centinaia di tavoli, sedie, librerie, armadi, cassapanche, stigliature varie, salotti, lampadari, con numerosi pezzi di assoluto valore antiquario, molti provenienti proprio dal Castello di Monselice

La stessa sapiente ambientazione di splendidi oggetti negli spazi del vivere quotidiano, si ritrovava nella residenza veneziana che Cini aveva creato unendo i palazzi Loredan (che era stato del principe di Borbone), acquistato nel 1917, e Caldagno Valmarana: qui aveva disposto le sue collezioni personali e ogni stanza accoglieva i cassoni toscani e veronesi, i mobili del Cinquecento toscano e le lacche settecentesche, gli arazzi, i bronzi e gli argenti, le porcellane e le medaglie, mantenendo una funzionalità armoniosa e rivelando ad ogni angolo il gusto e la passione del collezionista entusiasta. Ma è soprattutto nella raccolta di pittura antica - ricordata più volte da Zeri nei suoi scritti - che si coglie quest’aspetto di amore ingordo, a largo raggio, unito a una conoscenza coltivata autonomamente e vivificata dai mille incontri con le personalità e gli studiosi più importanti del suo tempo oltre che dal colloquio continuo, a sollievo e arricchimento dello spirito, con le cose belle, le “cose importanti”.

Solo una parte minoritaria di queste ricchissime collezioni è oggi visibile grazie alla donazione di Palazzo Cini a San Vio da parte della figlia Yana e alla disponibilità di un’altra figlia, Ylda, per i dipinti ferraresi.

Depliant "Vittorio Cini"